Il garantismo raccontato e usato come un trucco, una forma di privilegio che si tenta di mantenere per rendere intoccabili i potenti di fronte alla giustizia. Le prime lotte socialiste…

E’ un termine abusato, vissuto ancora con profonda antipatia nel dibattito pubblico contemporaneo.

Se chiedi un’opinione a un navigante della rete ti risponderà che il garantismo è raccontato e usato come un trucco, una forma di privilegio che si tenta di mantenere per rendere intoccabili i potenti di fronte alla giustizia.

Se interroghi coloro che sono in qualche modo impegnati nell’agone della politica ti risponderanno, in apparenza senza alcuna esitazione, di essere garantisti e che il garantismo è uno dei capisaldi dello stato di diritto.

Accade spesso, però, che l’uno e l’altro, di fronte a casi concreti, nonostante dichiarino opinioni differenti, convergano pienamente nell’applicazione: entrambi chiederanno le dimissioni immediate e senza alcuna discussione del politico di turno sottoposto a indagini.

Che il garantismo si incroci spesso con la storia del socialismo italiano è un fatto incontrovertibile.

Dalle lotte socialiste collocate nella seconda metà dell’800, dopo l’Unità d’Italia, emerge in tutta la sua evidenza l’ingiustizia profonda di una società e di un sistema di potere incentrato sulla Monarchia che, in quell’epoca, aveva il controllo pieno della macchina della giustizia.

La narrazione del giurista socialista Francesco Saverio Merlino è ricca di interessanti spunti che meritano un approfondimento.

La scelta garantista e liberale del socialismo giuridico fu la reazione del “sobillatore” Turati di fronte a uno Stato che utilizzava il bastone della magistratura contro coloro che lottavano con mezzi pacifici, per combattere la condizione di estrema povertà dei contadini nelle campagne e lo sfruttamento degli operai nelle città industriali.

Si moltiplicavano i provvedimenti, sulla base di rapporti della polizia, semplici sospetti; decine di migliaia gli “ammoniti” e sottoposti a misure coercitive preventive che rendevano impossibile la vita e il lavoro.

La loro unica colpa era quella di professare idee politiche invise ai governanti.

La prima e più importante battaglia garantista del neonato Stato unitario venne ingaggiata dai socialisti di fronte alla presentazione del disegno di legge contro la libertà di stampa, il diritto di associazione e di riunione, il diritto di sciopero; il disegno di legge fu presentato dall’allora Presidente del Consiglio, il generale Luigi Pelloux, nel mese di febbraio dell’anno 1899.

La battaglia parlamentare fu vinta dai socialisti e terminò con le dimissioni di Pelloux nel giugno del 1900.

Il Paese prese coscienza dell’importanza di quella battaglia e alle successive elezioni premiò i socialisti che passarono da 16 a 38 deputati, insieme ai 30 repubblicani e ai trenta radicali.

Culture e ideali che oggi, a distanza di tempo, ci sembrano giganti in un paese che fa difficoltà a ritrovare la bellezza della politica.

Per questo mi rattrista assistere oggi alle miserie umane di alcuni “scappati di casa”, fuggiti dal Partito Socialista negli anni successivi alla disfatta del ‘93, prodotta da tangentopoli.

Presunti politicanti di periferia che hanno giustificato i loro continui spostamenti in altre forze politiche, facendo collezione di simboli, urlando contro i socialisti rimasti al loro posto (per coerenza), definendoli complici dei carnefici comunisti accusati di aver utilizzato le vicende giudiziarie in chiave politica.

Proprio costoro, oggi, vecchie e nuove generazioni (vecchi e nuovi arnesi della politica), di fronte a casi concreti, ritenendo di potersene avvantaggiare per i loro progetti personali, sono i primi a chiedere di introiettare le vicende giudiziarie nella dinamica politica; pretendono di usare oggi inchieste giudiziarie nel modo da loro stessi in precedenza fortemente criticato e posto a base della loro scelta di scappare dalla casa che bruciava per salire e scendere su altri carri utili alla loro misera causa.

Nella loro continua e ansiosa denuncia si cela la evidente consapevolezza di essere gli unici responsabili dei danni inflitti a una comunità che corre il rischio di diventare vittima di egoismi di alcuni, di bramosie di potere, della pressione di interessi economici, di colpevoli leggerezze e di nuovi affannosi progetti di carrierismo politico fine a se stesso.

Vecchie e nuove generazioni, vecchie e nuove ansiose anime nomadi, che si affannano ad appropriarsi indebitamente della cultura socialista riformista, senza averne la fierezza etica e la statura valoriale che oggi più che mai necessita al Paese.

Nonostante loro e la loro riconosciuta inaffidabilità, il Paese ce la farà.

Livio Valvano