L’INCENERITORE A MELFI Capitolo 3: CHI CONTROLLA LE EMISSIONI IN ATMOSFERA? Evitiamo i sospetti del “diesel-gate Volkswagen”

Dopo la conferenza pubblica, tenuta nella sala consiliare del Comune di Melfi il 25 novembre 2019 (Clicca qui per visionare il contenuto del confronto avuto durante la conferenza pubblica) abbiamo iniziato la valutazione degli atti che la società proprietaria dell’impianto ha posto a base della richiesta di rinnovo dell’autorizzazione al funzionamento; autorizzazione che, se rilasciata dalla Regione Basilicata, consentirebbe di mantenere attivo l’inceneritore a Melfi per almeno altri 10 anni, cioè dal 2020 al 2030.

Oltre alle prime considerazioni svolte nella conferenza, abbiamo iniziato a pubblicare le ulteriori riflessioni frutto degli approfondimenti tecnici.

La prima valutazione l’abbiamo espressa nel documento n.1 pubblicato il 03/12/2019 e la seconda nel documento n.2 pubblicato il 17/12/2019.

Con questo terzo capitolo offriamo alcune considerazioni, da subito sollevate durante la conferenza pubblica del 25/11 e relative alla necessità di potenziare il controllo indipendente delle emissioni in atmosfera.

Una breve premessa va fatta a partire da una domanda: c’è o non c’è una pregiudiziale avversione verso gli inceneritori?

Nella domanda c’è già la risposta che, in linea di massima, non può che essere positiva, fatto salvo quella minoranza di opinione pubblica che vede gli inceneritori come una ineliminabile necessità, un costo necessario da pagare, un peso ambientale con cui convivere.

Si può o meno essere d’accordo con questa opinione, se pur di minoranza, ma per un attimo, anche per finzione dialettica, facciamo lo sforzo di condividerla e affermiamo unanimi che l’inceneritore è una tecnologia necessaria al completamento del ciclo dei rifiuti, per cui dobbiamo conviverci al meglio.

Fatto questo sforzo, un secondo dopo, dobbiamo porci nella condizione di renderlo davvero compatibile sotto ogni profilo.

La comunità, attraverso la pubblica amministrazione, deve essere in grado di sapere innanzitutto cosa va in atmosfera come residuo della combustione dei rifiuti.

E’ il pericolo più significativo rispetto al quale l’attività di controllo e monitoraggio deve essere organizzata nel modo migliore. Per poterlo fare sul serio la pubblica amministrazione DEVE ESSERE MESSA IN GRADO di poterlo fare.

L’Autorizzazione Integrata Ambientale è la sede giusta per definire gli obblighi dell’impresa e le responsabilità e i ruoli della parte pubblica.

Rispetto alle emissioni in atmosfera, l’attuale assetto dell’impianto, da 20 anni, ci mette di fronte a una condizione non accettabile perchè non ragionevole.

La situazione attuale consiste nella esistenza di sensori nei camini per la rilevazione in continuo delle emissioni per alcuni parametri relativi ad alcuni limitati inquinanti; sull’argomento va altresì ricordato che non vengono rilevate in continuo le emissioni di diossina.

I dati “grezzi” vengono trasferiti al sistema di elaborazione dell’impresa presente nella centrale all’interno dello stabilimento. Il sistema di elaborazione “normalizza” i dati, cioè li interpreta alla luce di altri parametri relativi alle condizioni dell’atmosfera (umidità, venti, temperature etc…) e successivamente li pubblica.

QUESTA CONDIZIONE NON CI STA BENE, lo abbiamo detto e ripetuto dal 2012, senza essere stati ascoltati dagli uffici del Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata.

Lo ripetiamo adesso, non è accettabile un sistema di controllo dell’aspetto più delicato e rilevante, cioè le emissioni in atmosfera dei gas derivanti dalla combustione, se quel sistema di controllo prevede “il filtro” del sistema di elaborazione dati dello stesso soggetto controllato.

Questa condizione deve cambiare.

La pubblica amministrazione deve poter ricevere direttamente “I DATI GREZZI”, cioè gli impulsi elettronici provenienti dai sensori installati nei camini prima che gli stessi vengano interpretati e normalizzati dal sistema di elaborazione dati della società proprietaria dell’impianto.

E’ tecnicamente possibile.

Non credo ci sia bisogno di spiegare più di tanto il perchè di questa richiesta.

L’aspetto è molto delicato e lo diventa ancora di più se ci si trova di fronte a una impresa come Rendina Ambiente, facente parte di un gruppo multinazionale come EDF (Electricitè de France) che gli aspetti della sicurezza e della sintonia con la popolazione insediata sul territorio dovrebbe gestirli come parte irrinunciabile della mission imprenditoriale.

Se così è, almeno così dobbiamo credere che sia considerato che questo dichiarano pubblicamente sui siti presenti sul web, Io penso che Rendina Ambiente non dovrebbe temere alcunchè nel condividere la possibilità di inviare i dati grezzi a ARPAB, DIPARTIMENTO AMBIENTE, COMUNE DI MELFI e COMUNE DI LAVELLO.

Mi sarei aspettato di trovare questa proposta nei loro atti; ma così non è purtroppo.

Dello stesso tenore e importanza è la richiesta di installare dispositivi per il controllo della diossina in continuo (dispositivi al momento non presenti) e di più deposimetri sul terreno, anche questi non previsti negli elaborati progettuali.

Va altresì precisato che il campionamento e le relative analisi devono essere eseguite da laboratori, professionisti e imprese che non devono avere oggi o aver avuto in passato rapporti di lavoro con ARPAB, circostanza di cui si raccomanda esplicita prescrizione all’interno dell’autorizzazione.

Si tratta di dispositivi di fondamentale importanza per valutare il livello di affidabilità e sicurezza dell’impianto, per comprendere davvero se il processo industriale di smaltimento dei rifiuti possa essere ritenuto come non dannoso per la salute umana e per l’ecosistema circostante.

Sulla materia ricordo che in due circostanze, ben documentate (pubblicate sul sito istituzionale del Comune di Melfi), è stato riscontrato un determinato livello di diossina in alcune matrici biologiche in due circostanze note al Dipartimento Ambiente e ad ARPAB; di tale presenza fu riscontrata anche la provenienza dall’inceneritore di Melfi (si consideri che si può dire che la diossina ha la carta d’identità per cui si può risalire con precisione alla fonte di contaminazione).

Sono due episodi datati, di rilevante valore indiziario, che da soli suggeriscono massima cautela e che ci raccontano di quale sia il reale livello di sicurezza dell’impianto nella sua attuale dimensione tecnologica ed organizzativa.

Dobbiamo prendere atto che nella conferenza pubblica del 25 novembre i rappresentanti della società, sul punto specifico, dopo aver confermato che nulla di tutto ciò è stato previsto negli elaborati tecnici, si sono riservati di fornire specifica risposta in sede di conferenza di servizi, ma al momento registriamo il mantenimento dello status quo che per noi non può in alcun modo essere accettato e costituisce da solo motivo sufficiente al diniego del rinnovo dell’autorizzazione.

Si tratta di materia delicata e importante, è un punto dirimente per recuperare un rapporto di fiducia reciproco che da tempo si è perso.

Per comprendere di cosa stiamo parlando, basti considerare la truffa Volksvagen sulle emissioni delle auto con motore diesel, equipaggiate di un software in grado di manipolare i dati sulle emissioni; un dispositivo installato su ogni vettura prodotta che “interpretava i dati grezzi” dei fumi e li riportava miracolosamente nei limiti previsti dalle normative.

Possiamo ancora basarci su un sistema di controllo e di validazione dei dati posseduto e gestito dallo stesso soggetto controllato?

Io dico di no e su questo punto anticipo che da parte del Comune di Melfi non ci saranno compromessi possibili.

Lo dico adesso pubblicamente nella speranza e nella convinzione che il buon senso alla fine prevalga.

Qui serve fare un piccolo investimento (poco costoso per i dispositivi telematici) che produrrebbe un grande passo in avanti nel rapporto con la comunità.

E’ possibile farlo se la società comprende l’importanza di questo aspetto e se il Dipartimento Ambiente della Regione finalmente accoglie, dopo 8 anni, la necessità di elevare il livello di fiducia a beneficio della comunità.

Resistere su queste richieste non ha alcun fondamento di buon senso.

Livio Valvano